
Venerdì sono scese in più di sessanta città italiane circa un milione e mezzo di persone, tra cui molti studenti. Insieme a loro mamme, papà, pensionati, docenti, gente comune. La cronaca degli eventi e gli atti violenti di piccole minoranze, questa volta veramente minimi, ancora una volta, come già avvenuto in passato, hanno indotto la stampa a soffermarsi più su questi inaccettabili comportamenti che sulle ragioni della protesta della stragrande maggioranza degli studenti non violenti e pacifisti.
Vale la pena conoscerli per farsi una propria opinione.
Per prima cosa lamentano il caro affitti e un’emergenza alloggi. Per gli studenti universitari fuori sede, trovare una stanza è diventato un costo insostenibile, specialmente nelle grandi città come Milano, Roma, Bologna, Firenze. Gli studenti denunciano la speculazione immobiliare e la scarsità di posti nei residenziali universitari pubblici (studentati).
Sono inoltre rincarati materiale didattico e trasporti. L’inflazione e l’aumento dei costi dei libri di testo, delle tasse e dei trasporti pubblici gravano pesantemente sui bilanci familiari, limitando l’effettivo accesso allo studio garantito dalla Costituzione.
L’edilizia scolastica è giudicata fatiscente e insufficiente. Vengono denunciate le condizioni precarie di molti istituti scolastici secondari: problemi di manutenzione, aule insicure, mancanza di certificazioni antincendio e antiterremoto, riscaldamenti mal funzionanti e assenza di spazi adeguati per la socialità, la cultura o lo sport. Più in generale gli studenti contestano il cronico sottofinanziamento del sistema scolastico e universitario statale rispetto alla media dei Paesi europei, chiedendo maggiori investimenti strutturali e l’assunzione di nuovo personale docente e ATA per ridurre il numero di studenti per classe, perché non ci siano più «classi pollaio». Mettono cioè il rapporto tra docente e numero degli studenti per classe come
uno dei fattori principali della qualità della scuola.
Si critica un modello di istruzione percepito come troppo nozionistico, performativo e orientato al voto, che mette in secondo piano la crescita critica e il benessere dell’individuo. Viene posta forte attenzione sul tema della salute mentale, dell’ansia da prestazione e della solitudine giovanile, chiedendo la presenza stabile di uno psicologo scolastico gratuito in ogni istituto.
Forte è anche la contestazione verso i percorsi di alternanza scuola-lavoro, percepiti come forma di lavoro gratuito, poco formativo e talvolta rischioso per l’incolumità fisica degli studenti. Ma più in generale, i giovani protestano contro la prospettiva di un mercato del lavoro caratterizzato da contratti pirata, stage non retribuiti e salari bassi, con il rischio di un tenore di vita inferiore a quello delle generazioni precedenti.
I movimenti studenteschi chiedono inoltre di spostare le risorse pubbliche destinate all’aumento delle spese militari verso i capitoli di spesa dedicati a scuola, sanità e welfare. Nelle manifestazioni emergono con forza la richiesta di un cessate il fuoco nei contesti di guerra internazionali e l’interruzione di accordi accademici o industriali ritenuti legati all’industria bellica.