
Sono state raccolte le 500.000 firme necessarie per chiedere il referendum contro la legge Valditara che vieta l’educazione sessuo-affettiva alla materna e alla primaria. E la limita nelle scuole medie di primo e secondo grado: qui si impone agli istituti di chiedere ai genitori un consenso scritto con una settimana di anticipo. La richiesta passerà al vaglio della Cassazione e della Consulta. Se la Corte Costituzionale la approverà, verrà indetta la consultazione.
Il timore del governo: “Tutelare bambini e ragazzi dalla confusione della propaganda gender e ridare voce ai genitori sulle tematiche dell’identità di genere per i figli adolescenti”.
Timori infondati. Anche perché, se vincesse il “sì”, trattandosi di un referendum abrogativo non entrerebbero in vigore nuove regole, ma si tornerebbe alla situazione precedente: quando i singoli istituti potevano organizzare progetti didattici ad hoc e inserirli nel Piano triennale dell’offerta formativa (Ptof).
L’educazione sessuo-affettiva “non è naturalmente l’unico strumento per contrastare la violenza contro le donne e da sola non può impedire un femminicidio”, spiegano dal comitato Zela e Marrazzo: “Ma se vogliamo intervenire sulle radici culturali del possesso, della sopraffazione, dell’incapacità di accettare un no e della violenza nelle relazioni, la scuola è uno dei luoghi dai quali bisogna necessariamente partire”.
In 19 Paesi europei l’educazione sessuo-affettiva è obbligatoria, in 8 è facoltativa. In Italia è un tabù. Forse perché non si sa bene cosa sia. Per i bambini significa imparare a riconoscere e comunicare le proprie emozioni; conoscere e rispettare il corpo proprio e degli altri; comprendere il concetto di privacy e di confine personale; sapere che si può dire “no” a un contatto che mette a disagio; riconoscere le persone adulte a cui chiedere aiuto; imparare il rispetto nelle amicizie e nelle relazioni.
Primo esempio elementare. Ricreazione. Maestro, Luca mi ha frustato!, protesta Vanessa. Ma stiamo giocando ai cavalli!, dice Luca. Cosa vuol dire? Mi fai male! Luca insiste: Ma i cavalli bisogna frustarli! Dico: Quella è una corda per saltare, non per giocare ai cavalli. Sì, ma noi giocavamo ai cavalli, insiste Luca. Vanessa guarda Luca. Dice: Comunque i cavalli non bisogna frustarli perché fa male. Giusto, dico io.
Secondo esempio. Davide si avvicina alla cattedra. Dice: Maestro, sai che io ho già rimorchiato sette ragazze. Io: Sette? Un po’ troppe. Sai cosa vuol dire rimorchiato? Davide mi guarda: Certo. Io: Forse potresti usare una parola diversa da rimorchiare… Davide resta in silenzio. Dico: Scusa, Davide, toglimi una curiosità: ma loro, le bambine, lo sanno che tu le hai rimorchiate? Davide: No, maestro, ma prima o poi glielo dico.
Alle superiori di primo e secondo grado, con i ragazzi, possono poi essere affrontati temi più specifici: pubertà e cambiamenti del corpo; relazioni affettive; consenso e rispetto dei confini; stereotipi e discriminazioni; sicurezza digitale e condivisione di immagini; prevenzione della violenza; salute sessuale e riproduttiva; contraccezione; prevenzione delle infezioni sessualmente trasmesse.
Perché un tema così delicato non sarebbe meglio affrontarlo in famiglia? Perché le famiglie non sono tutte uguali. E ben pochi ragazzi riescono a parlarne in famiglia. La scuola è uno spazio comune dove ricevere informazioni corrette.
Se la legge Valditara fosse abrogata, l’educazione sessuo-affettiva si estenderebbe anche alle scuole dell’infanzia e primaria, e alle medie superiori si eliminerebbe il consenso preventivo, senza comunque eliminare la partecipazione delle famiglie. I genitori continuerebbero a eleggere i propri rappresentanti, a partecipare al Consiglio d’istituto, a conoscere il Ptof, a formulare proposte e pareri, a confrontarsi con docenti e dirigenti. E l’educazione sessuo-affettiva tornerebbe a essere una possibile attività inclusiva, condivisa con genitori, docenti e studenti tramite i Piani triennali dell’offerta formativa.