
Giorgia Meloni ha fatto un clamoroso autogol. Parlando del tetto del 30% come limite di bambini stranieri in una classe. Mattarella, richiamando la Costituzione, ha ricordato le funzioni primarie della scuola. Valditara, per rimediare all’autogol, ha aggiustando il tiro: non sono da considerarsi alunni stranieri quelli che hanno genitori di origine straniera ma che parlano la lingua italiana. Dunque, si tratta di una questione solo linguistica. In questo modo apre la strada, certo involontariamente, allo ius soli. Chi nasce in Italia e parla italiano, è italiano. Non ha bisogno di aspettare fino a 18 anni per diventare cittadino. Almeno nella scuola. Anche se non c’è ancora una legge che lo sancisce.
Oggi, nella scuola primaria, ci sono circa 325mila studenti. L’11,6 % del totale sono di origine straniera. In sintesi: quasi 12 studenti su 100. Di questi 12, ben il 99,4 % parla italiano. In sintesi: non c’è neppure una media di 1 bambino di origine straniera che non sa parlare l’italiano. Non solo. Da anni scuole e comuni mettono in atto corsi di lingua italiana per i pochi bambini, ragazzi, adulti che non conoscono l’italiano. A me è capitato di essere docente di lingua italiana di bambini, di ragazzi e di adulti stranieri in corsi serali. Dunque, non c’è nessuna emergenza.
Tra l’altro, nonostante i tagli sempre più profondi ai fondi e al personale – di tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi vent’anni, ammettiamolo – l’istituzione scuola è salda: per merito soprattutto dei docenti. Bambini e ragazzi sono già nati in un mondo interculturale, esattamente come sono nati in un mondo tecnologico, e per loro quello della multicultura non è un problema, ma è una ricchezza e, spesso, una felicità.
Lo ius soli è invocato da anni da Bersani e ribadito dall’attuale segretaria del PD. Non solo. Alla campagna per la cittadinanza L’Italia sono anch’io, ormai nel 2011, parteciparono ACLI, ARCI, Caritas, Comunità di Sant’Egidio, Legambiente e tante altre associazioni della società civile, in mondo trasversale. Erano favorevoli anche i vescovi italiani. Anche per questo, mi auguro che uno dei punti fermi del campo largo sia la cittadinanza ai bambini stranieri: chi nasce in Italia è italiano. E avvenga un forte investimento economico su personale e fondi per la scuola. Lo so, per chi è vecchio è difficile vivere nel presente e nel futuro. Per un bambino è più facile. Come spiegarlo? Una volta ho chiesto a tre miei alunni, uno di origine egiziana, uno di origine pakistana e uno di origine italiana, tutti nati in Italia all’ospedale di Montecchio Emilia, se notavano delle differenze tra di loro. Il bambino italiano ha risposto: loro due corrono più forte di me. Fine del discorso. Ormai i tempi sono maturi.