Qualche giorno fa il Ministro Valditara ha dichiarato che dal prossimo anno scolastico non ci saranno più classi con più del 30% di alunni stranieri. Considerando stranieri anche i bambini e i ragazzi nati in Italia, che spesso hanno già frequentato le scuole dell’infanzia e parlano italiano come un bambino italiano di sei anni. Il tetto del 30% era stato già introdotto nel 2010 dal Ministro all’Istruzione Gelmini nella sua catastrofica riforma della scuola, ma la legge era stata largamente disattesa. Valditara dichiara oggi che questa volta farà sul serio. Motivazione: «Perché a farne le spese sono gli alunni italiani». Quello che il Ministro non si chiede è perché questa legge sia stata largamente disattesa fino ad oggi. Proverò a spiegarlo. I minorenni che hanno genitori di origine straniera e non sono considerati ancora cittadini italiani, in Italia sono 1 milione e 44mila, circa il 19,3% della popolazione straniera in Italia. Sotto i 6 anni sono il 32%, circa 326mila bambini; tra i 6 e i 12 anni circa il 42% ; tra i 13 e 1 17 anni circa il 27%. In modo ancora più specifico, secondo i dati Istat pubblicati nell’ultimo report sulla natalità, i bambini nati da entrambi i genitori stranieri sono stati 50.539 (il 13,7% dei nati) e sono 30.168 i nati da coppie miste (l’8,1% del totale). Complessivamente, i nati da almeno un genitore straniero superano il 21% delle nascite totali. Riassumendo: oggi, in Italia, un bambino su cinque non nasce da genitori che siano entrambi italiani o, possiamo dire, italiani doc. Tutto questo, in un momento in cui nel nostro Paese ha raggiunto un nuovo minimo storico di denatalità dal secondo dopoguerra: secondo l’ultimo rapporto Istat, del 2025, le nascite sono ferme a 355.000 unità, segnando un calo netto del 3,9% rispetto all’anno precedente. Questo «inverno demografico» vede il tasso di fecondità scendere ad appena 1,14 figli per donna, ben lontana dalla soglia di un ricambio generazionale, fissata a 2,1 figli. E tutto questo «inverno», ricordiamolo, nonostante l’apporto di bambini d’origine straniera. Questi dati ci dicono che i bambini e i ragazzi che hanno genitori che non sono nati in Italia, sono già tra noi da alcuni decenni. Non solo: figli di italiani doc, non si sentono italiani doc, e vivono da decenni in sintonia con loro. Ma la politica, soprattutto a destra, è rimasta indietro rispetto alla realtà. Parla di remigrazione, assimilazione. Cosa vuol dire remigrazione di un bambino nato in Italia? Si riporta in Italia? Come ha detto una mia alunna marocchina di otto anni ormai anni fa: «L’Italia è la mia mamma, il Marocco è il mio papà. Ma io mi sento dentro soprattutto italiana».
Il Ministro non tiene conto di come sono distribuiti nel nostro Paese famiglie e minori stranieri. Spesso in gruppo. O in alcuni paesi della provincia. O in alcuni quartieri delle città. Sia perché tendono a formare comunità tra loro, sia per la crescente ghettizzazione. Un esempio. Novellara, a pochi chilometri da Reggio Emilia. La popolazione di nazionalità indiana è il 3,6 della popolazione e il 24% dell’intera popolazione straniera. Sono1936 residenti stranieri, pari al 14,4 della popolazione, di cui circa 400 minorenni. Nelle classi si arriva a circa il 25% di stranieri, con punte del 40% e più. A Reggio Emilia sono presenti oltre 120 comunità di stranieri, in provincia risiedono circa 65.000 stranieri (il 12,3% ) della popolazione totale provinciale e in città 28.400, pari a oltre il 16,5% dell’intera popolazione urbana. Ciò vuol dire che ci sono paesi della provincia e quartieri della città dove si concentrano le famiglie straniere. Con percentuali di alunni in classe oltre il 30%. Dunque, che farne dei bambini in più? Valditara prevede una deportazione di questi alunni da un quartiere o da un paese all’altro? E a spese di chi? Comuni? Stato? Genitori? E in ogni caso, sarebbe sensato educare minori in scuole lontane dal loro contesto sociale? Attendiamo risposte dal Ministro per risolvere nel modo più pedagogicamente e didatticamente responsabile la situazione che rischia di ingolfare e fascistizzare la scuola pubblica statale.