
È fondamentale premettere una posizione netta: qualsiasi forma di violenza e di devastazione va fermamente condannata. Al tempo stesso, sostenere la legittimità delle manifestazioni studentesche che stanno attraversando l’Italia e la Francia non significa avallare gli eccessi, bensì rivendicare il diritto dei giovani a far sentire la propria voce. Purtroppo, nel dibattito pubblico attuale, lo sforzo analitico volato a comprendere le radici della rabbia giovanile viene troppo spesso liquidato come una giustificazione della violenza. In merito, risuonano emblematiche le parole di Kurt Tucholsky: quando si chiede un futuro e si denuncia il disagio, il potere costituito tende a bollare la protesta semplicemente come “disordine”, anziché porsi in ascolto.
Nelle piazze italiane e francesi, la maggioranza dei giovani sta manifestando per ragioni concrete che convergono su tre direttrici fondamentali. La richiesta di superare le politiche di austerità per garantire fondi all’istruzione pubblica, risolvendo carenze d’edilizia scolastica, aule inagibili e problemi d’impiantistica. La denuncia contro il caro-affitti, la speculazione sugli alloggi universitari e le difficoltà economiche che limitano l’accesso allo studio per i ceti meno abbienti. La volontà di essere presi in considerazione nei processi decisionali e nelle riforme del settore (dal voto in condotta al modello 4+2, fino alle criticità legate all’alternanza scuola-lavoro), opponendosi a una gestione unicamente verticistica o punitiva.
L’ampia adesione a questi temi dimostra una maturità democratica che merita rispetto. Tuttavia, non si possono ignorare gli episodi di devastazione verificatisi a Milano. Analizzare questi eventi non significa giustificarli, ma provare a interpretare un fenomeno che la stessa Presidenza della Repubblica ha definito composto da «soggetti inediti», da affrontare con intelligenza sociologica anziché con approcci d’emergenza.
A differenza del passato, gli autori di questi atti sconsiderati — spesso giovanissimi, talvolta minorenni — non sembrano appartenere a frange eversive strutturate o ai tradizionali black bloc. Si tratta perlopiù di una generazione disorganizzata, priva di un’ideologia definita, in cui una minoranza ha incanalato senso di solitudine, precarietà ed emarginazione in forme sconsiderate di danneggiamento materiale. È la spia di un malessere profondo e stratificativi, alimentato anche dall’incomunicabilità con il mondo adulto e politico, incline ad applicare strette punitive anziché proporre spazi reali d’ascolto.
Mentre altre categorie sociali incontrano interlocuzione istituzionale anche a fronte di forme di protesta rigorose, – pensiamo alla protesta dei camionisti nel sud Italia, – la condizione giovanile tende a essere delegittimata in blocco o derubricata a semplice pretesto per saltare le lezioni. Questo atteggiamento liquidatorio è pericoloso: rifiutarsi di indagare le cause della rabbia giovanile ed etichettare l’intera categoria come delinquenziale solleva gli adulti dalle proprie responsabilità strutturali e rischia di cancellare ogni spazio di dialogo intergenerazionale.
Negare l’ascolto alle istanze legittime della maggioranza di questi ragazzini a causa degli errori di una minoranza significa soffocare il diritto stesso di aspirare a una società migliore. Se tra gli adulti prevale la tentazione di criminalizzarli e basta, di cancellare, annullare, non ascoltare le loro ragioni di protesta, le loro ragioni le neghiamo e neghiamo loro lo stesso diritto di esistere. Neghiamo le loro ragioni, oggi. Forse anche le nostre, domani.